vetri d'arte
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STORIA DEL MOSAICO - PARTE III
2015-12-16 11:38:01




Il mosaico nel Medioevo

 

Nell'arte romanica il mosaico non ha ruolo dominante per motivi economici e gli si preferisce l'affresco. Le decorazioni sono comunque influenzate dall'arte bizantina, soprattutto per quanto riguarda i rivestimenti musivi. È interessante l'introduzione di vetri meno scintillanti per giocare con le variazioni luminose prodotte dall'alternarsi di elementi più o meno lucidi. Accanto ai frammenti di vetro, venivano impiegati pietre colorate, la malachite per tessere verdi, il lapislazzuli per i blu, marmo o madreperla per i grigi e i bianchi, pietre naturali per gli incarnati.

 

Le maggiori committenze sono di provenienza ecclesiastica. Il mosaico, però, è per lo più pavimentale e vive il suo apice nel XII secolo: tuttavia, già nel secolo successivo si preferiscono le più economiche mattonelle di ceramica smaltata. Vengono utilizzati materiali lapidei locali, in tre colori: bianco, nero e rosso; è molto diffuso il reimpiego di antichi frammenti o di tessere di mosaici già esistenti, come nella chiesa dei Santi Maria e Donato a Murano, dove le grandi lastre di pietra del pavimento sono frammenti di sarcofagi, e a Roma, dove i pavimenti cosmateschi, che riprendono l'opus sectile, hanno dischi di porfido o marmo tagliati da colonne. Per i costi elevati di realizzazione, il mosaico ricopriva una superficie molto ridotta: nelle chiese si trovava solo vicino all'altare, talvolta anche in coro e transetto.

 

I soggetti preferiti sono episodi della Bibbia, come il Peccato originale, Giona e Sansone; allegorie per spiegare ai fedeli concetti astratti; favole e gesta cavalleresche, che alludono comunque alla vittoria di Cristo sul peccato e la morte e alla lotta contro il male e che incitano il cristiano a difendere la fede anche con le armi. Si assiste anche al recupero della mitologia classica, come exemplum morale della cultura cristiana: Teseo e il Minotauro rappresentano Davide e Golia.

 

Si diffondono anche rappresentazioni di esseri bizzarri e mostruosi, tratti da fonti letterarie antiche, come il Grifone, il Drago, il Centauro, la Chimera. Il più noto mosaico pavimentale di questo periodo è quello della cattedrale di Otranto, risalente al 1163-1165 e raffigurante l'Albero della vita, realizzato nell'arco di due anni dal monaco Pantaleone. Raffigura scene bibliche, animali mostruosi e personaggi dell'antichità. Si suppone che contenga in esso messaggi di difficile, se non addirittura impossibile, decifratura. Sull'argomento sono stati scritti numerosi testi da parte di studiosi di tutto il mondo.

 

I tempi d'oro del mosaico in Sicilia furono l'età del Regno normanno nel XII secolo. Le maestranze greche che lavoravano in Sicilia avevano sviluppato il loro proprio stile, che mostra l'influenza delle tendenze artistiche dell'Islam e dell'Europa occidentale. Gli esempi migliori dell'arte siciliana del mosaico sono la Cappella Palatina di Ruggero II, la chiesa di Martorana a Palermo e le cattedrali di Cefalù e di Monreale.

 

La Cappella Palatina mostra chiaramente il mescolamento degli stili orientali ed occidentali. La cupola (1142-42) e l'estremità orientale della chiesa (1143-1154) sono state decorate con il tipico stile Bizantino dei mosaici: il Cristo Pantocratore, angeli, scene dalla vita di Cristo. Anche le iscrizioni sono scritte in greco. Le scene narrative della navata (dal Vecchio Testamento, vite dei Santi Pietro e Paolo) richiamano i mosaici dell'antica Basilica di Pietro e Paolo a Roma (iscrizioni latine, 1154-66).

 

La chiesa di Martorana (decorata intorno 1143) sembra ancor più bizantina anche se le parti più importanti sono state successivamente demolite. Il mosaico è molto simile a quello della Cappella Palatina con Cristo in trono al centro e quattro angeli. Le iscrizioni greche, i modelli decorativi, gli evangelisti sono eseguiti probabilmente dagli stessi maestri greci che hanno lavorato nella Cappella Palatina.

 

Il mosaico che raffigura Ruggero II di Sicilia, vestito in abiti imperiali bizantini, mentre riceve la corona dalle mani di Cristo, era originalmente nel nartece demolito insieme ad un altro pannello, il Theotokos con Georgios di Antiochia, il fondatore della chiesa. A Cefalù (1148) soltanto il presbiterio gotico alto e francese è stato coperto di mosaici: il Pantocratore nell'abside e cherubini sulla volta. Sulle pareti possiamo vedere i santi latini e greci, con iscrizioni greche.

 

I mosaici di Monreale costituiscono la più grande decorazione di questo genere in Italia: coprono 0.75 ettari con tessere di pietra ed almeno di 100 milioni di vetro. Questo lavoro enorme è stato eseguito fra il 1176 e il1186 per volere del re Guglielmo II di Sicilia. L'iconografia dei mosaici nel presbiterio è simile a Cefalù mentre le immagini nella navata sono quasi le stesse delle scene narrative nella Cappella Palatina. Il mosaico di Martorana di Ruggero II benedetto da Cristo è stato ripetuto con la figura del re Guglielmo II anziché il suo predecessore. Un altro pannello mostra il re che offre il modello della cattedrale al Theotokos.

 

Secondo la prospettazione di Otto Demus le due immense figure del Pantocratore, di Cefalù e Monreale, sono una sorta di espediente cui i maestri musiviari bizantini furono “costretti” dall’assenza di cupole sia nell’una che nell’altra cattedrale normanna, a differenza di quanto non sia sia nella Martorana, sia nella Cappella Palatina, dove delle cupole vi sono.

 

Era infatti la cupola (o le più cupole) ad essere destinata, nella consuetudine icnografica costantinopolitana, a contenere la rappresentazione dei temi più sacri. L’assenza di cupole costrinse a ripiegare sul catino, il quale però, tanto a Cefalù che a Monreale, presenta una superficie assai più ampia di quella delle cupole tipiche dell’architettura bizantina dell’epoca con le quali i maestri mosaicisti erano soliti misurarsi. La necessità di riempire questo spazio insolitamente grande venne ovviata appunto con le due immense (ed inedite per dimensioni) raffigurazioni del Pantocratore. Va ricordato infine che gli Altavilla si fecero promotori anche di cicli musivi di carattere profano di cui la testimonianza di maggior rilievo giunta sino a noi si trova nella cosiddetta stanza di re Ruggero nel Palazzo dei Normanni a Palermo. Altri resti di decorazione profana si trovano nel Palazzo della Zisa, sempre a Palermo.

 

La produzione sempre più vasta di piastrelle di ceramica verniciate sostituirà il mosaico pavimentale a causa del costo nettamente inferiore. Il più grande cantiere di mosaico del Trecento è la facciata del Duomo di Orvieto, su un primo progetto di Lorenzo Maitani. Resta, però, un unico mosaico superstite, che risale al 1365, mentre gli altri sono stati restaurati: è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra e rappresenta la nascita della Vergine.

 

Il mosaico nel Rinascimento

 

Nel Rinascimento il mosaico non è più mezzo creativo autonomo ma diventa virtuosismo: l'unico interesse è per l'apparente eternità del materiale musivo per rendere immortale l'opera pittorica, tanto che il Ghirlandaio considera il mosaico come vera pittura per l'eternità e il Vasari loda i mosaicisti che imitano la pittura la punto di ingannare lo spettatore. In questo periodo numerosi artisti forniscono cartoni da tradurre in mosaico: Ghirlandaio (Domenico e soprattutto suo fratello Davide), Mantegna, Tiziano, Tintoretto e Veronese. Altri dipinti vengono ripetuti in mosaico: è il caso delle pale d'altare del Guercino e del Domenichino, sostituite da riproduzioni musive per impreziosirle e migliorarne la conservazione.

 

La maggiore opera musiva del Rinascimento è la Cappella dei Mascoli di San Marco a Venezia: si tratta di un ex voto del doge Foscari e comprende opere di Michele Giambono, Andrea del Castagno, Lorenzo Lando detto Il Vecchietta e Jacopo Bellini. Nel XIV secolo il mosaico viene utilizzato anche come supporto di opere scultoree: si veda il fregio del cardinale Riccardo Annibaldi realizzato da Arnolfo di Cambio, in cui il mosaico dà maggior risalto ai bassorilievi. Questa scelta viene ripresa da Donatello per la cantoria del Duomo di Firenze, nel 1439.

 

A Roma si diffonde la moda di finti mosaici affrescati: negli affreschi di Pinturicchio della Stanza della Fontana del Palazzo Colonna si trovano delle finte quadrettature che danno l'illusione di un mosaico. Altro rilevante esempio di mosaico rinascimentale visibile a Roma si trova nella Cappella di Sant'Elena nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, opera di Melezzo da Forlì completata da Baldassare Peruzzi. Si tratta del restauro-rifacimento di un antico mosaico paleocristiano raffigurante le storie di Sant'Elena.