vetri d'arte
Il blog di storia dell'arte, appuntamenti, consigli...



STORIA DEL MOSAICO - PARTE IV
2015-12-16 11:30:46




Il mosaico nel Barocco

 

Il mosaico nel Barocco Nel periodo del manierismo si diffonde una tecnica di mosaico ripresa dalla Roma imperiale, che ebbe un notevole successo fino al periodo rococò: si tratta del mosaico in ciottoli o con altri elementi naturali, quali conchiglie, rocce spugnose, stalattiti,stalagmiti e pietre semipreziose, talvolta integrate da pitture e sculture. Queste fantasiose realizzazioni ebbero origine a Firenze, per mano di artisti quali Bernardo Buontalenti e si diffusero presto in tutta Europa, grazie ai frequenti contatti tra le corti europee.

 

In epoca manierista e barocca il mosaico diventa quindi un'arte definitivamente subordinata all'architettura e alla pittura: nel primo caso è utilizzato come rivestimento pavimentale, con preferenze per l'opus sectile e la palladiana; nel secondo caso viene preferito solo per la sua maggiore durata nel tempo e resistenza alle intemperie, per cui si trova soprattutto sulle facciate dei palazzi.

 

Si estende anche alle suppellettili, soprattutto con l'inserimento di pietre dure o con il recupero di mosaici antichi, che vengono trasformati in piani di tavoli o inseriti in decorazioni pavimentali. I soggetti sono per lo più copie di originali pittorici.

 

A Venezia l'attività musiva si fa intensa soprattutto per restauri nella Basilica di San Marco, anche se talvolta il restauro significò la distruzione di interi cicli di mosaici, poiché interessava non tanto la conservazione e la documentazione storica, quanto la continuità estetica del manufatto. Si hanno anche risultati innovativi nella fabbricazione delle paste vitree, che consentono una scala di gradazioni pressoché infinita, e ha inizio la produzione di smalti opachi, che non sono cangianti, il che è una garanzia contro le alterazioni cromatiche.

 

A Roma, la storia del mosaico del Settecento coincide con la decorazione della basilica di San Pietro: Roma è al primo posto per la decorazione musiva, come fonte di committenze per la scuola musiva locale. Nel 1727 viene istituito lo Studio del Mosaico Vaticano, che promuove la ricerca nella produzione delle paste vitree, per fare concorrenza a Venezia: Alessio Mattioli nel 1731 produce smalti opachi con ampia scala cromatica, arrivando a 15.300 tinte, fino alle ben 28.000 di oggi. I risultati più significativi si hanno nella produzione dello smalto, con la filatura della pasta vitrea in bacchette per ottenere tessere minutissime, anche inferiori al millimetro, prodotte da Antonio Aguati, con colori sfumati, dette “malmischiati”. Nascono i “mosaici minuti”, per imitare e sostituire opere pittoriche, con grande raffinatezza e virtuosismo; verranno in seguito impiegati anche nella decorazione di suppellettili e gioielli. Le tessere sono dapprima di forma quadrangolare e vengono disposte su corsi paralleli, creando dei vivaci contrasti fra il fondo e i soggetti: successivamente prendono forme variabili, con una scala cromatica più ampia, e accompagnano l'andamento della figurazione. Nell'Ottocento questo tipo di mosaico andrà in declino a causa della rivoluzione industriale che porterà all'esaurimento delle attività manuali. Viene introdotta una nuova iconografia: ai soggetti sacri si affiancano il paesaggio, la veduta con rovine, animali, vasi di fiori e scene di genere, con la ripresa di temi classici, come le Colombe di Plinio.

 

Il mosaico nell'Ottocento

 

Nel periodo neoclassico il mosaico, sebbene fosse stata un'importante forma d'arte della classicità, venne quasi completamente dismesso, soprattutto per l'influenza delle Accademie di Belle Arti che ormai avevano canonizzato gli insegnamenti sulle arti "maggiori" di pittura, scultura e architettura.

 

Fu solo nel periodo romantico che tornarono in auge tecniche artistiche riprese dal mondo medievale, tra le quali le vetrate, l'intaglio, la tarsia lignea e, appunto, il mosaico. Tra i mosaici neo-medievali, dall'arcaicizzante fondo oro ma dal vivido disegno tipicamente ottocentesco, spiccano le opere per architetture religiose, in un'epoca di grande fervore verso il completamento, la ristrutturazione e il "ripristino" di chiese e cattedrali.

 

Per esempio nella nuova facciata della Cattedrale di Santa Maria del Fiore di Emilio De Fabris per Firenze, Nicolò Barabino disegnò tre lunette con Storie della Madonna di notevole impatto visivo.

 

Nell'Ottocento si elaborano tecniche più rapide e meno costose: nasce il metodo per ribaltamento, ideato da Giandomenico Facchina, che consiste nel realizzare il mosaico su un foglio di carta, a rovescio, per poi collocarlo in situ. I vantaggi economici, cioè i tempi più brevi di lavorazione e i costi minori, vanno a discapito del risultato finale: la superficie liscia del prodotto finito manca della vibrazione luministica dei mosaici antichi.

 

Risale a questo periodo la decorazione della facciata di Palazzo Barbarico, sul Canal Grande, fra l'Accademia e la Basilica della Salute: i mosaici, realizzati nel 1886, si ispirano a quelli della facciata della Basilica di San Marco.

 

Il mosaico nel Novecento

 

Antoni Gaudí - Lo stile eclettico dell'architetto catalano Antoni Gaudí (1852-1926) mescola forme gotiche e rinascimentali con materiali e decorazioni sperimentali. Propone nuove applicazioni del mosaico, inserendo frammenti di pietre colorate, marmi, smalti e ceramica, che vanno a ricoprire anche oggetti tridimensionali, sull’esempio della cultura azteca.

 

Dal 1900 al 1914 a Barcellona si svolgono i lavori a Parco Güell, una città-giardino che si estende su una superficie di 20 ettari alle pendici del Tibidabo. Pezzi di vetro e ceramica tagliati in modo non regolare, secondo la tecnica del trencadís, ovvero una rielaborazione del mosaico ceramico arabo, ricoprono ogni superficie, con violenti effetti cromatici che giocano in un susseguirsi di grotte, fontane e parapetti, abitati da animali fantastici: architetture improbabili assumono così valenze oniriche, che esaltano le forme ludiche e surreali.

 

Nel frattempo, Gaudí lavora anche alla Casa Milà, detta La Pedrera, un palazzo di 5 piani oggi sede di esposizioni: le tre facciate che danno sull’Eixample sono fuse in una sorta di moto ondoso di pietra, costellato dalle ringhiere metalliche dei balconi. Ogni piano ha una pianta interna diversa: particolare è l’ultimo, il sottotetto, che porta il visitatore nel ventre di una balena gigantesca. Il tetto riserva l’ultima sorpresa, con un bosco di comignoli, porte nascoste da costruzioni che assomigliano a spumiglie e un susseguirsi di scale che salgono e scendono lungo tutto il perimetro. Anche qui, ogni superficie è ricoperta di incrostazioni ceramiche e cocci di bottiglia, che catturano la luce del sole e la fanno rimbalzare in ogni angolo.

 

A due passi dalla Pedrera si trova la Casa Batlló, dove l’architetto catalano intervenne su un edificio già esistente, aggiungendo due piani e cambiando radicalmente la facciata. Qui dominano le linee curve, in un gioco di forme gotico-barocco, dove si fondono i materiali più eterogenei, anticipando l’informale. Sul capolavoro incompiuto e tuttora in costruzione di Gaudí, il Tempio Espiatorio della Sagrada Família (una enorme chiesa a croce latina, con cinque navate, tre facciate, un'abside e una crociera) svettano otto torri coronate da pinnacoli di ceramica.

 

Gustav Klimt - Nel 903 Ravenna riceve per ben due volte la visita di Gustav Klimt: l'artista viennese rimane incantato dall’oro dei mosaici bizantini, che userà per trasfigurare la realtà e per modulare le parti piatte e plastiche con passaggi da opaco a brillante.

 

Nella sala da pranzo di Palazzo Stoclet, edificio progettato da Josef Hoffmann si trova un fregio musivo in tre pannelli, messo in opera nel 1911. I due pannelli più grandi raffigurano l’Albero della Vita , dove si trovano L'attesa e L'abbraccio, mentre il terzo pannello è puramente decorativo. Sui cartoni si trovano indicazioni per i mosaicisti sui materiali e il loro uso: oro, argento, smalti e pietre dure. Le superfici bianche sono realizzate in madreperla, mentre quelle colorate sono in smalto. Il fregio è stato realizzato dal laboratorio di mosaici di Leopold Forstner, che ha curato in modo particolare le ombreggiature dell’oro e i ritmi luce-ombra. I lavori sono durati per un anno e mezzo, durante il quale Klimt è continuamente intervenuto nella lavorazione. Questo fregio è l’unica opera musiva, anche se la facciata del palazzo della Secessione ha decorazioni che erano state pensate per essere realizzate in mosaico.

 

Gino Severini - Negli anni trenta si avvicina al mosaico Gino Severini, sia riproducendone lo sfavillio nei suoi quadri, sia realizzando diverse opere musive, di cui la sua prima commissione risale al 1933, con la Presentazione del Bambino per la chiesa di Saint Pierre a Friburgo, in Svizzera. Quest’opera è di forte ispirazione religiosa e vuole avvicinarsi alla sensibilità cristiana con una rilettura mistica dell’immagine.

 

Nel 1936 progetta la decorazione del Piazzale e del Viale dell’Impero e della Palestra del Duce del Foro Mussolini (oggi Foro Italico): si tratta di 7500 m2 di mosaico in bianco e nero, raffiguranti immagini agonistiche, scorci naturalistici, figure simboliche. Le raffigurazioni sintetiche su fondi neutri sono evidenziate da cornici semplici o bordature tipiche dei decori romani dei primi secoli dopo Cristo. Il mosaico vuole essere un ponte tra l’Impero Romano e quello mussoliniano. I lavori saranno ultimati dalla Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo nel 1937.

 

Negli anni 1940-1941 realizza la decorazione del basamento della facciata del nuovo edificio delle Poste di Alessandria, e nel 1949 il Trionfo di San Tommaso, per l’università di Friburgo, opera di impianto neocubista, che vede una maggiore libertà dell’uso del mosaico e della forma, dove la vivacità del colore è sempre controllata.

 

A Parigi negli anni cinquanta terrà dei corsi di mosaico sovvenzionati dall’Ambasciata Italiana, proponendo una nuova cultura del mosaico e il recupero della sua cultura originale. Nello stesso periodo realizza dei mosaici di piccole dimensioni che riprendono il concetto dei mosaici portatili bizantini: prodotti regolarmente dal1949 in collaborazione col mosaicista Antonio Rocchi, ne presenterà tre alla Biennale di Venezia del 1950 nella sua personale, senza tuttavia ottenere il successo sperato.

 

Mario Sironi costruisce due mosaici monumentali: L’Italia corporativa (già Il lavoro fascista) per la VI Triennale di Milano del 1936, e La Giustizia tra la Legge e la Forza per l’aula della corte d’Assise del Palazzo di Giustizia. L’Italia corporativa si distingue per la grandiosità e la complessità dei risultati: misura infatti 8x12 m, dei quali solo la parte centrale verrà esposta alla Triennale di Milano del 1936. L’anno dopo verrà montato interamente per l’Exposition Internationale des Arts et Techniques dans la Vie Moderne di Parigi. In quest’opera vengono applicate le prime tecniche innovative: il mosaico viene realizzato in laboratorio, dove l’artista segue personalmente il lavoro di intaglio e di messa in opera delle tessere, montate su lastre di eternit che vengono unite in loco dai mosaicisti, risparmiando tempo e denaro.

 

Attraverso il mosaico, l’artista recupera gli elementi delle proprie pitture murali e ne esalta gli aspetti sintetici e volumetrici, in una stilizzazione formale estrema, con echi dell’arte bizantina, di Giotto e di Masaccio.

 

Achille Funi - Anche Achille Funi aderisce nel 1933 al Manifesto della pittura murale di Gino Severini assieme a Carlo Carrà e Massimo Campigli. Nello stesso anno realizza il cartone per La cavalcata delle Amazzoni, mosaico pavimentale per la V Triennale di Milano: sceglie una stilizzazione monumentale con accenti picassiani, che rende le figure rigorose e statiche.

 

Collabora, nel 1940, con la bottega del Mosaico di Ravenna per la decorazione del soffitto della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde di Milano: i contorni sono resi con sottili tessere che richiamano le piombature di Pella. Altra importante opera di Funi è la decorazione della Cappella di San Giuseppe in San Pietro a Roma.

 

Massimo Campigli - Nel 1940 Massimo Campigli realizza La Pace con la Giustizia per la VII Triennale di Milano, in collaborazione col mosaicista veneziano G. Padoan: quest’opera si differenzia dalle opere di Sironi per i toni più intimistici e una sintesi della forma con echi dell’arte antica.

 

Ines Morigi Berti esegue per l’artista un mosaico da cavalletto, Le bagnanti, nel 1947-48: la mosaicista è interprete straordinaria della ritmica bizantina, per i trapassi cromatici e il taglio mutevole e controllato delle tessere.

 

La Mostra dei mosaici moderni

 

All’inizio degli anni cinquanta, fu formato a Ravenna un Comitato Tecnico per la costituzione della prima Galleria del Mosaico Moderno: tale comitato aveva l’incarico di invitare venti artisti italiani e stranieri affinché fornissero cartoni pittorici destinati a essere tradotti nel linguaggio musivo. Dopo essere stata trasferita all’estero, con trentaquattro esposizioni nelle città di Europa, America e Africa, la Mostra dei Mosaici Moderni è oggi esposta permanentemente nella Loggetta Lombardesca della pinacoteca Comunale di Ravenna.

 

Premessa della mostra fu trovare analogie, talvolta forzate, tra i mosaici ravennati e l’arte contemporanea: i volti degli Apostoli nel Battistero degli Ortodossi con le teste di Georges Rouault; il toro di San Luca nella Basilica di Sant'Apollinare in Classe con i tori di Picasso; i dettagli decorativi, come le ceste di frutta a San Vitale con le nature morte di Braque. Si dava ancora per scontata la divisione dei ruoli di pictor imaginarius e musivarius: da una parte abbiamo quindi artisti come Massimo Campigli, Marc Chagall, Mario Deluigi, Renato Guttuso, Georges Mathieu, Emilio Vedova, mentre dall’altra gli esecutori dei mosaici sono stati, fra gli altri, Sergio Cicognani, Ines Morigi Berti, Romolo Papa, Antonio Rocchi. Anche nel catalogo della mostra (riedito nel 1999) si nota questa distinzione-discriminazione: mentre gli artisti hanno ciascuno una pagina biografica e il loro nome riportato a fianco dei cartoni, dei mosaicisti si trova solo uno sterile elenco.

 

Particolare è il lavoro realizzato sul cartone di Gorges Mathieu, innovativo dal punto di vista dell’impiego dei materiali: le tradizionali tessere vitree sono state tagliate in dimensioni e forme differenti, accostate a barre di smalto, blocchi e avanzi vetrosi. Mathieu partecipò anche alla realizzazione dell’opera musiva, scegliendo egli stesso i materiali da utilizzare.